Rivista Barricate

In questa pagina è possibile leggere gli articoli pubblicati dall’autore sulla rivista Barricate – L’Informazione in Movimento.

 

Numero 1 (dicembre 2012 – febbraio 2013)

Numero 2 (marzo – aprile 2013).
“Una Unione basata sui numeri e non sulle persone”

Numero 3 (maggio – giugno 2013)
“Il più grande crimine verso i popoli europei”. Intervista a Paolo Barnard
“L’infinita Odissea”. Intervista a Diana Riboli sulla situazione greca
“L’Isola che c’è (ma non si vede).” Il caso Islanda

Numero 4 (luglio – agosto 2013)
“Qui di sovrano c’è solo il debito.” Intervista a Nino Galloni

Numero 5 (settembre – ottobre 2013)
“Idee per una finanza a misura di cittadino”. Intervista a Roberto Errico
“Un continente di Euroschiavi.” Intervista ad Antonio Miclavez

Numero 6 (novembre – dicembre 2013)
“Nel mondo dei burattinai occulti”. Intervista a Daniel Estulin

Numero 7 (gennaio – febbraio 2014)
“Unione? Chiamiamola annessione.” Intervista ad Alberto Bagnai

Numero 8 (marzo – aprile 2014)
“Confessioni di un sicario dell’economia”. Intervista a John Perkins

 

 

 

 

Una Unione fondata sui numeri e non sulle persone

guy_fawkes_fire_616(Articolo pubblicato sul numero 2 – marzo/aprile 2013 di “Barricate – L’informazione in movimento”) 

Se c’è una cosa positiva, a volerla trovare, in questa crisi, questa è l’opportunità di potersi fermare a riflettere sul sistema politico-economico che ci hanno costruito attorno.

Dopo il crack bancario del 2008 negli Stati Uniti e le difficoltà che ne sono derivate per i vari istituti di tutto il mondo, e dopo gli interventi dei governi a loro sostegno, i problemi principali, per ciò che riguarda la zona euro, sono diventati l’eccessivo indebitamento di alcuni Stati (i famosi PIIGS: Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna), l’incapacità di questi di far fronte alle obbligazioni contratte e la perdita di fiducia dei mercati, con il rischio default. Ciò è andato di pari passo con una bassa crescita generalizzata e con le difficoltà del settore bancario, che hanno richiesto a più riprese iniezioni di denaro pubblico.  Il timore degli investitori che gli Stati in questione (in particolare la Grecia, colpevole di aver mascherato il reale stato dei propri bilanci) non potessero far fronte ai loro impegni, li ha portati a disinvestire, facendo così crescere lo “spread”, e quindi il tasso di interesse che questi Stati hanno dovuto promettere per ottenere i finanziamenti.

Ciò che non sarebbe stato così grave se questi Paesi avessero una moneta propria (come nel caso del Giappone, il cui debito è ben superiore a quello degli Stati europei più in difficoltà), è invece diventato un dramma a causa dell’adesione alla moneta unica e agli obblighi dati dalla membership dell’Unione.

In particolare, uno dei parametri più famosi fissati dal Trattato di Maastricht è il rapporto tra debito pubblico e Prodotto Interno Lordo, che non deve superare il 60% per ciascun Paese dell’Ue.
I Paesi che attualmente non rientrano in questo parametro, col nuovo Patto di bilancio europeo (o Fiscal Compact, in vigore dal 1 gennaio 2013) si sono impegnati ad adeguarsi entro i prossimi 20 anni.

Se questo vincolo era già stretto, per Paesi come l’Italia, quando l’euro entrò in vigore (nel 2002 il nostro rapporto debito/Pil era del 105,7%), adesso è diventato una specie di contratto capestro, che sta costringendo (assieme all’andamento dello spread) gli Stati meno “virtuosi” alle note riforme lacrime e sangue per poter rimettersi in linea, accedere agli aiuti della Troika (Ue, Bce, Fmi) e “calmare i mercati”. Tanto più che va ad aggiungersi ad altre misure concordate nel Patto, quali il mantenimento del deficit strutturale nei limiti dello 0,5% annuo per i Paesi più indebitati, che vuol dire molto rigore per i tempi a venire, e l’obbligo costituzionale del pareggio di bilancio.

La crisi economica scatenata dalla finanza statunitense, sommata alla gestione un po’ troppo superficiale dei conti da parte degli stessi PIIGS, ha precipitato rapidamente la situazione. La mancanza di fiducia dei mercati, con una buona componente di speculazione, ha creato un circolo vizioso, per cui i Paesi in questione, per ottenere gli aiuti, hanno dovuto promettere maggiori interessi agli investitori , incrementando il debito e alimentando ancor più la fuga di capitali e la speculazione. L’intervento della Troika con le sue politiche di “salvataggio” fatte di prestiti in cambio di tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e liberalizzazioni, si inserisce in questo contesto.

Al fine di rientrare nel parametro debito/Pil, dunque, così come degli altri parametri dell’Unione come il rapporto deficit/Pil (che non deve superare il 3% annuo), e l’inflazione (che non può superare dell’1,5% quella dei tre Paesi più virtuosi), si sta arrivando a sacrificare anche quei settori della spesa pubblica fondamentali al mantenimento di una buona qualità della vita della popolazione, quali lasanità, l’istruzione e le pensioni.

Secondo alcuni analisti, è a causa dell’adozione del parametro debito pubblico/Pil che sembra che la situazione italiana sia così tragica rispetto ad altri Paesi, per via della nostra bassa crescita peggiorata dalla recessione. Se invece si fosse adottato, ad esempio, il parametro del rapporto debito pubblico/ricchezza privata, che dimostrerebbe la nostra “assoluta sostenibilità finanziaria”, non ci sarebbe la crisi di fiducia che vediamo da parte degli investitori.

Proprio per questo, del resto, si sono richiesti all’Europa meccanismi come i fondi salva Stati e alla Bce gli interventi di acquisto dei titoli di Stati in difficoltà: per dare nuova fiducia ai mercati sulla solvibilità dei loro debitori.  Accanto al rispetto di rigidi parametri numerici, infatti, compiacere i mercati ad ogni costo sembra essere diventato un altro principio cardine di questa Unione Europea.

L’aver fondato l’Unione su basi come la moneta unica, lo spazio commerciale comune e il rispetto di una serie di parametri economici, piuttosto che sul benessere e sull’assicurazione dei servizi fondamentali ai cittadini europei, è forse uno degli aspetti che più andrebbero rivisti di un sistema che sta inesorabilmente strangolando chi non regge il passo dei Paesi economicamente più forti.

 

 

 

Il più grande crimine perpetrato ai danni dei cittadini europei

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(Articolo pubblicato sul numero 3 – maggio/giugno 2013 di “Barricate – L’informazione in movimento“)

Un’Unione Europea e un Euro al servizio dei poteri forti, delle elite economiche neoliberiste e a danno delle popolazioni europee. All’interno di un piano congegnato per togliere ai cittadini europei una delle principali fonti del loro benessere, la sovranità monetaria, e per mettere in cantina le politiche keynesiane, viste come un impiccio.

E’ questo “il più grande crimine” dal dopoguerra secondo Paolo Barnard, che nell’omonimo saggio spiega chi sono gli autori di un vero e proprio “economicidio” ai danni del continente. Nomi come Romano Prodi, Jean Claude Trichet, Mario Draghi sono affiancati a organizzazioni come il gruppo Bilderberg, la Commissione Trilaterale, l’Aspen Institute, in una comunione di intenti volta a favorire i grandi poteri economici, marginalizzando sempre più dalla scena politica il ruolo e il benessere della gente comune.

Paolo, ci spieghi qual è il “più grande crimine” di cui parli nel tuo saggio?

Per capirlo dobbiamo partire dal fatto che, dopo due guerre che hanno distrutto l’Europa, il sistema economico e non solo stava creando le basi per un mondo migliore. C’era stata una rivoluzione in economia e nella società che, partita da Marx e passata per il socialismo e il consolidamento della democrazia, era arrivata a un punto di svolta fondamentale con Keynes, che in quegli anni aveva indovinato un sistema economico internazionale. Nel frattempo nascevano gli accordi degli anni ’50 e ‘60 di Paesi in via di sviluppo come l’Indonesia e la Jugoslavia, gli accordi di Bandung. Stava prendendo forma un nuovo ordine economico mondiale, portatore di idee su come regolare l’economia in modo più giusto. I partiti socialisti avevano sempre più consensi.
Così le elite economiche, che avevano perso potere nei decenni precedenti, si sono organizzate per reagire. Nel mio libro ci sono nomi, cognomi, organizzazioni, chi ha steso i testi fondamentali da seguire. Queste elite si sono coalizzate per prendere nuovamente il potere nel contesto delle nuove democrazie, senza le impiccagioni ottocentesche. E così hanno sottratto, nascosto, ucciso questo nuovo ordine economico keynesiano e dei Paesi della conferenza di Bandung. Hanno soffocato queste economie e condannato centinaia di milioni di esseri umani al sud del mondo a una situazione disastrosa, mentre al nord, Europa compresa, a condizioni più grame di lavoro.
Come fai, quando ripercorri le sofferenze di centinai di milioni di persone, a non considerare questo il più grande crimine del dopoguerra?
Era tutto evitabile se si fosse lasciato in vita questo complesso economico che nasceva, soffocato invece da neoclassicismo e neoliberismo.

C’è chi ti accusa di avere una visione troppo ‘complottista’. Cosa rispondi a queste persone?

Rispondo che ne “Il più grande crimine”, un testo di 100 pagine, ci sono dati, nomi, fondazioni e circa 70 note bibliografiche di documenti precisi. E’ ridicolo dire che ho scritto qualcosa di complottista.  Chi lo afferma evidentemente non vuole fare la fatica di leggerlo.

Quali sono le fonti che ti hanno influenzato dal punto di vista economico? Ci sono economisti che consigli, in opposizione a quelli neoliberisti? 

Assolutamente si. Io ho per caso scoperto che esiste un’economia , nata dalla mente geniale dell’economista americano Warren Mosler, che è la riformulazione moderna di quella keynesiana.
E’ la più adatta ai sistemi monetari moderni, che Keynes non poteva conoscere, e si chiama Mosler Economic Modern Money Theory. L’ho studiata molto, e la considero dirompente.
Gli economisti che seguo sono quelli della Memmt. Nel libro ne ho elencati circa dodici, tra cui lo stesso  Mosler e  Alain Parguez.

Bisognerebbe uscire dall’Euro? Se si, quali potrebbero essere le conseguenze?

Alla prima parte della domanda rispondo: assolutamente si, perché è un costrutto criminale e ormai ha distrutto l’economia europea.
Alla seconda parte non posso rispondere in uno spazio così breve. Noi abbiamo formulato unprogramma di salvezza nazionale di 40 pagine, consultabile sul mio sito e su quello della Memmt.
Sicuramente incoraggio il ritorno alla sovranità monetaria, quindi al fatto che il Paese torni proprietario dell’economia. Quando hai la sovranità monetaria ed economica e la sai usare, allora diventi inattaccabile. Non ci possono più essere problemi di inflazione, deflazione, svalutazione, speculazione; è tutto sotto il controllo di chi usa questo strumento.

L’Unione Europea è da abbandonare o da rifondare su nuove basi?

Da rifondare su nuove basi. Non c’è niente di male nel volere un’Europa unita, ma questa Europa è stata una favola venduta sui libri delle elementari dagli anni ‘60, grazie a tecnocrati da me citati come Perroux, Attali, Trichet, Jacques Delors, i primi padri di queste idee. Si è trattato soprattutto di francesi e italiani, i tedeschi hanno avuto un ruolo minore. Ad ogni modo, è stata una truffa disegnata per favorire le elite neomercantili e speculative, e anche i Trattati da Maastricht in poi sono stati scritti per essere illeggibili e non sono stati mai votati, tranne in pochissimi casi. Questa Unione è stata una truffa ai danni della popolazione, fatta per togliere la sovranità monetaria e quella dei parlamenti.
In definitiva: l’Euro va distrutto e l’Unione rifatta.

Come combattere lo strapotere dei mercati e la ‘dittatura dello spread’?

Con la stessa soluzione data in precedenza: riprendendo la sovranità monetaria e sapendola usare. Agenzie di rating e spread non contano niente quando si ha sovranità monetaria, come nei casi di Stati Uniti e Giappone. Lo spread è una trovata pubblicitaria usata da media asserviti e ignoranti, e da economisti asserviti e ignoranti, per terrorizzare la gente. Lo spread ha valore solo se il Paese è commissariato come l’Itala.

Cosa dovrebbero fare secondo te i popoli e le istituzioni europee per uscire da questa situazione così difficile?

Il cardine di tutto è la conoscenza. Non è immaginabile che i popoli europei possano ribellarsi a questo mostro se non sanno di cosa si tratta. Io sono il primo in Italia ad aver rivelato cosa succede veramente con l’Euro, e lo faccio tuttora come un salmone che nuota contro un fiume in piena. Se ci fossero in Italia, Germania, Francia, altre centinaia di divulgatori di questi temi e se il popolo fosse informato su cosa sta succedendo e su cos’è l’Euro, ci sarebbe una immediata risposta. Si verificherebbero ribellioni di massa, e per i potenti sarebbe finita.

Una domanda apparentemente fuori contesto: il sistema capitalistico va abbattuto?

Il capitalismo ci ha dato anche mezzi che non avremmo mai avuto , ma per sua natura si contrappone all’interesse pubblico. Ti cito una frase di Adam Smith che i neoliberisti spesso dimenticano: “Raramente due capitalisti si riuniscono se non per imbrogliare qualcuno”.
L’intereresse pubblico deve essere sempre azionista di maggioranza, mentre il capitalismo non deve andare oltre il 49%. Può funzionare solo se c’è questo bilanciamento.

 

 

L’infinita Odissea

Una nazione devastata dai tagli alla spesa pubblica, un’emergenza sociale che i media spesso preferiscono ignorare e un Paese diventato un monito per chi intenda “sgarrare” dalle regole europee. E’ la Grecia raccontata da chi si trova sul posto. Tra mancanza di beni primari ed episodi di violenza.

Grecia

(Articolo pubblicato sul numero 3 – maggio/giugno 2013 di “Barricate – L’informazione in movimento“)

Uno dei più antichi Paesi al mondo, culla della democrazia e centro della cultura mediterranea. In ginocchio da anni a causa delle imposizioni della Troika e di una gestione poco trasparente dei bilanci pubblici. La nazione greca resta in una situazione preoccupante, a causa delle difficoltà economiche e della ascesa dei gruppi di estrema destra che si ergono a portatori di “sicurezza”. Ce ne parla Diana Riboli, docente di antropologia all’università di Atene.

Diana, ci potresti descrivere la situazione generale in Grecia negli ultimi mesi?

La situazione qui peggiora di giorno in giorno e la popolazione è ormai allo stremo. A causa del nepotismo e della corruzione, nessuno ha più fiducia nella classe politica. Da anni lo Stato viene avvertito come un nemico subdolo, assolutamente incapace di guidare il Paese fuori dalla crisi.
La gente non crede più alle promesse del governo, che ogni tanto ‘garantisce’ che non ci saranno più tagli su salari e pensioni. Dichiarazioni che vengono spesso smentite da nuove pesanti tasse e tagli a tutte le fasce della popolazione, anche a quelle più indigenti.
Le tasse sulle proprietà, comprese quelle sulla prima casa, arrivano insieme alla bolletta della luce.
Alle molte famiglie che non hanno i mezzi per pagare, viene tagliata l’elettricità. Una decisione imposta dalla Troika (ma accettata dai politici) antidemocratica e anticostituzionale.
La percentuale di famiglie che vive sotto il livello di povertà aumenta sempre più. Da alcuni mesi, specie nelle scuole elementari e negli asili statali, i maestri si trovano di fronte a bambini che piangono o addirittura svengono dalla fame. I prezzi dei generi alimentari continuano a restare alti rispetto ai salari. La benzina e il petrolio sono proibitivi per i più. Quest’inverno in pochissimi condomini, scuole e università è stato acceso il riscaldamento.  La disoccupazione, specie giovanile, è in crescita e il sistema sanitario ormai allo sfascio, dal momento che sono stati tagliati i fondi anche agli ospedali, dove il corpo medico deve cercare di fare economia anche su garze e siringhe.

Nelle piazze le proteste continuano con frequenza? Qui i giornali ne parlano sempre meno…

Negli ultimi quattro mesi le dimostrazioni di piazza sono notevolmente diminuite per molti motivi. Innanzitutto la violenta repressione governativa. Credo che le immagini degli attacchi dei MAT (corpi speciali antisommossa) alla popolazione abbiano fatto il giro del mondo. Durante le ultime proteste a grande partecipazione popolare, I MAT hanno allontanato le folla usando quantità enormi di gas asfissianti, idranti e colpendo con manganelli, calci e pugni anche i gruppi più pacifici. I gas asfissianti, oltre a provocare insopportabili bruciori agli occhi e alla gola, sono pericolosi per persone affette da varie patologie e cancerogeni. La polizia ha addirittura usato, in alcuni casi, bombolette di gas scadute negli anni ’90. Ovviamente non tutti possono o vogliono munirsi di maschere anti-gas.  Al di là della paura dei danni fisici, il popolo non trova una sua unità. Il frazionamento dei partiti e dei gruppi politici e la propaganda del governo che cerca di scaricare tutte le colpe su diversi gruppi, opponendo il settore privato e quello pubblico, annullano la possibilità che il popolo riesca a fare fronte unito.

Qual è la situazione dal punto di vista politico? Come si comportano i partiti nei confronti delle richieste della Troika e dei mercati?

Prima delle ultime visite della Troika in Grecia, il Primo Ministro Antonis Samaras aveva annunciato che il governo era pronto a dure negoziazioni, soprattutto sulle richieste di ridimensionare il settore pubblico da parte della Troika. In realtà, e malgrado alcune negoziazioni siano state fatte, il settore pubblico continua ad essere colpito da licenziamenti, pensionamenti anticipati e riduzione dei salari. La Troika vuole il licenziamento di 25.000 dipendenti statali entro la fine dell’anno. Per il momento circa 2.000 impiegati del settore pubblico sono stati messi in ‘diathesimotita’ una sorta di cassa integrazione. Hanno il diritto di percepire il 75% dello stipendio per un anno e poi, nel caso non sia possibile la loro assunzione in altri settori pubblici, avviene il licenziamento.  Il mese scorso è stato annunciato che, entro la fine di maggio, 19.000 dipendenti statali verranno messi in diathesimotita. L’ironia è che questo meccanismo dovrebbe colpire soprattutto le assunzioni non avvenute in base al merito, ma a processi di corruzione o nepotismo. Per prima cosa è risaputo che in Grecia anche persone di merito debbano spesso ricorrere a qualche ‘spinta’ per assicurarsi un posto di lavoro. Inoltre si ha l’impressione che, in questo momento, siano comunque più tutelati coloro che hanno ‘appoggi’ di un certo peso.

Il problema dell’evasione fiscale, principale colpevole della situazione del Paese, non viene risolto, prima di tutto perché molti attuali o ex-parlamentari, che continuano ad avere stipendi altissimi, si troverebbero in difficoltà. Pochissimi evasori sono stati davvero processati e messi in carcere.
Anche la lista degli evasori nota come ‘Lista Lagarde’, dopo infinite e ridicole storie di CD scomparsi, di memory stick difettose e di nomi magicamente depennati, quando (con estremo ritardo) è stata pubblicata, non ha affatto cambiato le cose. Il governo pare del tutto incapace di recuperare fondi dagli evasori e preferisce accanirsi su tagli di stipendi già inferiori ai 700 euro e persino pensioni di invalidità.

Il governo sta anche cercando di svendere le ricchezze del Paese, puntando sulle privatizzazioni. I riflettori negli ultimi mesi sono puntati sul gas e sulla compagnia di stato che ha il monopolio sui giochi d’azzardo (OPAP), una delle poche compagnie statali con buoni tassi di rendita.

grecia-300x225Ci sono ricette per uscire dalla crisi, diverse da quelle della Troika, che sono appoggiate dai movimenti o dai partiti?

La sinistra è divisa e piuttosto passiva. Si sentono voci di opposizione ma sembrano più propaganda per attirare voti che programmi politici. Ritengo sia a causa dell’inettitudine dell’opposizione che il partito di Alba Dorata sia arrivato ad essere il terzo partito del Paese. Il suo programma violento e razzista viene interpretato da molti come unica possibile soluzione contro la corruzione nazionale e l’arroganza dei Paesi europei più potenti. A livello popolare, l’odio razziale e il moltiplicarsi di violenze e persino di omicidi nei confronti di immigrati e stranieri si identifica in parte anche con un ‘no’ all’interferenza straniera in genere, Troika e Merkel compresi. Alba Dorata è molto meglio organizzata di quanto non si pensi e probabilmente anche in qualche modo sovvenzionata da gruppi analoghi che in altri Paesi non hanno il diritto di diventare partiti politici.

Il partito ha una sua sorta di polizia privata con numeri di pronto intervento a cui si rivolgono sempre più cittadini vittime di rapine ed estorsioni, in aumento a causa dell’esplosione della criminalità organizzata nazionale e internazionale. Organizza corsi di autodifesa per insegnare a donne (greche) come far fronte agli attacchi di criminali (stranieri). Aiuta famiglie bisognose (greche). Nerborute guardie del corpo con la testa rasata accompagnano amorevolmente anziani (greci) quando vanno a riscuotere le pensioni. Organizzano dopo-scuola e attività ricreative per bambini (greci) e hanno già lanciato la proposta di aprire ambulatori (il nome proposto, parafrasando il nome di una nota organizzazione internazionale, è ‘Medici Con Frontiere’) del tutto gratuiti per pazienti ovviamente greci. Il tutto con il beneplacito del governo che non solo non ne ostacola le mosse ma in molti casi le supporta. Se questo è ciò che sognano coloro che votano Alba Dorata come soluzione per uscire dalla crisi, appare chiaramente meglio la crisi.

Per contro, altre iniziative per uscire o limitare i danni della crisi, si moltiplicano da parte di centinaia di organizzazioni e gruppi basati sulla solidarietà, sullo scambio equo di prodotti e servizi, sul tentativo di uscire da una logica legata al denaro. Moltissimi fanno opera di volontariato o partecipano a iniziative solidali. Iniziano a sorgere le prime piccole comunità, formate da alcune famiglie, in cui viene limitato al massimo, se non eliminato, l’uso del denaro.

La Grecia fuori dall’Euro. E’ una prospettiva che si potrebbe realizzare a breve termine o sembra ancora lontana?

Importanti economisti di vari Paesi del mondo hanno dichiarato che la Grecia è chiaramente già in bancarotta, per quanto la classe politica sostenga il contrario. L’ipotesi di una Grecia fuori dall’Euro, dal mio punto di vista sicuramente auspicabile, sembra per il momento lontana. La Germania e la Troika mantengono in vita un malato terminale agonizzante, un po’ perché probabilmente l’uscita del paese dall’Euro creerebbe un pericoloso effetto domino e un po’ perché la Grecia viene usata come monito per gli altri Paesi. Un esempio di cosa potrebbe accadere se non ci si attiene alle regole…

Si dice che quello che accade in Grecia sia l’anticamera di quello che poi si verificherà in Italia. Per te ci sono possibilità che gli stessi fenomeni si ripetano nel nostro Paese?

Come dicevo la Grecia viene in questo momento usata un po’ come uno spauracchio e nei vari Paesi si dissemina l’idea che ciò che è accaduto qui accadrà anche in Italia, Spagna, Portogallo eccetera. In realtà non lo credo. Prima di tutto perché ogni Paese ha una storia e risorse assai diverse.

La Grecia è un paese che non produce quasi nulla, dove pressoché tutto viene importato dall’estero: detersivi, materiali di costruzione, automobili… Le campagne e le isole si sono spopolate molti anni fa, anche se in questo momento si assiste a un certo ritorno. L’alto numero dei dipendenti statali (comunque non molto alto rispetto ad altri Paesi europei) è anche dovuto al fatto che qui non ci sono molti settori lavorativi che sono invece aperti, anche se in crisi, in Paesi come Italia e Spagna. Per questo motivo questo è l’unico Paese al mondo ad avere più cittadini emigrati che residenti nei confini nazionali.

Dal punto di vista turistico rimane un Paese di estremo interesse, ma una politica turistica discutibile ha promosso vacanze basate soprattutto sulla bellezza dei mari. Che sono sicuramente straordinari, ma non sufficienti a trattenere i molti turisti che ora ad esempio preferiscono la più economica Croazia. L’Italia, come ben risaputo è il Paese al mondo più ricco di opere d’arte.  Difficilmente diminuirà l’affluenza mondiale verso Roma, Firenze o Venezia.  L’Italia è anche un Paese altamente industrializzato che, con una politica intelligente, potrebbe essere quasi indipendente a livello economico. Prodotti di altissima qualità (macchine di lusso, alta moda e pelletteria, design ecc.) continuano a portare il marchio italiano. E’ chiaro che anche in Italia la crisi è e sarà durissima, colpendo come qui soprattutto i ceti meno abbienti. Ma l’Italia ha almeno in potenza il privilegio di cambiare le cose a livello nazionale e anche europeo, come confermato dal risultato delle ultime elezioni. Forse perché vivo una situazione certamente più drammatica, vedo ancora una luce alla fine del tunnel italiano. E la speranza è che si sia in molti a vedere questa luce, che in Grecia pare essersi spenta.

 

 

L’Isola che c’è (ma non si vede)

Dopo il crack del 2008, l’Islanda ha letteralmente mandato al diavolo banchieri, governo e Fondo Monetario Internazionale. E scritto una nuova Costituzione con l’aiuto dei cittadini e dei social media. Risultato: la sua economia ora va a gonfie vele. Nel silenzio dei media industriali.

(ArtiIslandacolo pubblicato sul numero 3 – maggio/giugno 2013 di “Barricate – L’informazione in movimento“)

Edoardo Bennato cantava l’Isola che non c’è, Francesco Guccini l’Isola non trovata. Quest’Isola invece c’è eccome, eppure se ne parla molto poco. Forse perché ha avuto l’ardire di fare qualcosa che è visto come un sacrilegio da banchieri, corporations e ideologi neoliberisti, buoni a snocciolare termini economici ma pessimi nel nascondere gli effetti devastanti delle loro idee sulle popolazioni.

Parliamo dell’Islanda naturalmente, l’Ultima Thule delle leggende precristiane.

La terra di ghiaccio e del sole a mezzanotte ha fatto qualcosa di molto semplice: di fronte alla crisi scatenata nel 2008 dalla finanza internazionale e dall’operato delle banche, ha sottoposto ai suoi cittadini tramite referendum la decisione su quale politica adottare nei confronti del debito.

Dopo il crack del 2008 innescato dalla crisi dei subprime negli Usa, il governo islandese fu costretto a nazionalizzare le tre banche principali dell’isola e farsi carico del debito che queste non erano più in grado di sostenere. Il Fondo Monetario Internazionale a quel punto, chiamato in causa dal governo Haarde, intervenne con un prestito da 2 miliardi e 200 milioni di dollari (che si sommavano ai 2 miliardi e mezzo erogati da altri Paesi nordici) per evitare al Paese la bancarotta.
Ma, come al solito, il Fmi propose che, a fronte dei finanziamenti erogati, venissero applicate nei confronti della popolazione le arcinote misure di austerità per ripagare i debiti contratti nei confronti delle banche estere, soprattutto britanniche e olandesi. Più precisamente, si chiedeva al popolo islandese di pagare circa 3.500 milioni di euro (qualcosa come 100 euro al mese a persona) in 15 anni, con un interesse del 5,5%.

Dopo il crack bancario e le richieste del Fmi, si susseguirono numerose proteste di piazza e davanti ai palazzi istituzionali, le ‘caceroladas’, o proteste con pentole e coperchi.

Le manifestazioni portarono alle dimissioni del governo Haarde e a nuove elezioni nell’aprile 2009, vinte dalla coalizione socialdemocratica guidata da Jòhanna Siguroardòttir.

Quando anche il nuovo governo propose il pagamento del debito nei confronti delle banche estere secondo i dettami del Fmi, ci furono nuove manifestazioni di piazza. A quel punto, il capo dello Stato, Olafur Ragnar Grìmsson, si rifiutò di promulgare la legge e decise di indire il referendum invocato dalla popolazione.

Nel marzo 2010 il referendum sancì, con il 93% dei consensi, che il popolo islandese non avrebbe dovuto pagare un debito causato soprattutto dall’avventatezza delle banche e della classe politica, oltre che dalla speculazione internazionale. Poco dopo il Fmi si affrettò a congelare gli aiuti concessi all’isola.

Nel novembre 2010 venne eletta un’assemblea costituente, composta da 25 cittadini non coinvolti con la politica, nominati su una lista di 522 candidati. Unici requisiti: la maggiore età e l’appoggio sottoscritto di almeno 30 persone.

La nuova Costituzione fu riscritta in un modo assolutamente innovativo. Per stilare quest’ultima, infatti, furono chiamati in causa tutti i cittadini, che poterono dare il loro contributo attraverso i social media (Facebook, Twitter, Youtube). Ogni riunione del Consiglio costituente fu trasmessa in streaming.
Ne venne fuori una costituzione che dà una centralità assoluta alla libertà di stampa e pone l’economia al servizio dei cittadini. La cosiddetta ‘rivoluzione delle pentole’, oltre a mandare a casa l’intero governo, insediò anche un parlamento composto per quasi la metà da donne. Un altro primato non da poco.

Nel frattempo venne istituita una commissione per perseguire tutti i responsabili del crack del 2008, il cui operato continua tutt’oggi. Lo ‘sceriffo’ Olafur Hauksson, proveniente da un paesino di pescatori, ha spedito in galera, tra gli altri, due ex dirigenti della banca Byr e l’ex direttore del gabinetto del ministro delle finanze.

E qualche mese fa, in un’intervista a Bloomberg Businessweek,persino il capo della missione del Fmi nell’isola ha dovuto ammettere che la ripresa del Paese è stata “sorprendentemente forte”, a riprova di come il ‘metodo Islanda’ sia forse il migliore per uscire dalla crisi. La crescita prevista per il Paese, quest’anno, è attestata al 2,9%.

A fine gennaio, inoltre, la Corte europea del libero scambio ha dato ragione a Reykjavik contro Gran Bretagna e Olanda, per quanto riguarda il risarcimento dei correntisti di Icesave. Londra e Amsterdam in un ricorso avevano chiesto 2 miliardi e mezzo di euro per risarcire le perdite dei correntisti della banca Landesbanki, ma la Corte ha stabilito che dovranno accontentarsi dei 20mila euro previsti dagli accordi Ue.

Eppure dal referendum del 2010 in poi l’Islanda è diventata una specie di Cuba europea: osannata da tutti i movimenti di lotta alla finanza selvaggia ma uno spauracchio per politici, economisti e giornalisti neoliberisti, che vedono nell’isola un pericoloso precedente che potrebbe ‘contagiare’ gli altri Paesi e contrastare le tanto invocate misure di austerità. Come dire: la crisi è stata scatenata dalle banche, ma se ne esce solo con tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e tanta austerità per gli ingordi popoli europei.  Una visione che fa molto comodo ai soliti noti.

In realtà l’essenza della ‘rivoluzione gentile’ islandese sta in un semplice principio di buon senso: il fatto che, in caso di crisi, la priorità dell’economia e della politica nazionale debba essere quella di salvaguardare il benessere della popolazione, anteponendolo a quello di banche e creditori privati.
Esattamente il contrario di quello che viene richiesto ai Paesi europei per uscire dalla crisi.

Qui di sovrano c’è solo il debito

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(Articolo pubblicato sul numero 4 – luglio/agosto 2013 di Barricate – L’informazione in movimento)

È possibile essere sovrani su un territorio e nel contempo essere schiavi pressoché di ogni potere esterno? È il paradosso nel quale si trova ogni giorno il popolo italiano, titolare ex Costituzione della sovranità e in realtà ‘confinato a bordo campo’, citando una canzone di qualche anno fa.

Tralasciamo per un momento la lieve invadenza sulla vita del nostro popolo di Chiesa, Massoneria, Stati Uniti, mafie, lobby industriali, lobby sindacali e chi più ne ha, più ne metta.

Concentriamoci invece su un aspetto che negli ultimi anni è diventato di importanza sempre crescente: il controllo della moneta.

Ora, della moneta e del suo funzionamento si sono occupate finora solo due categorie di persone.
E cioè: 1) Chi con la moneta ci lavora professionalmente (banchieri, economisti, grandi aziende, politici ecc.); 2) I cosiddetti ‘complottisti’, che su Internet denunciano da tempo quella che considerano una truffa ai danni dell’umanità, chiamata “signoraggio”. Che consiste nella differenza tra il valore nominale della moneta in termini di beni e servizi (es. tutto ciò che può essere acquistato con 100 euro) e il valore intrinseco della moneta all’atto dell’emissione dalla banca centrale (es. il costo di carta, inchiostro, lavorazione). Le banche centrali, spesso private, sono accusate di accumulare profitti ai danni degli Stati e dei cittadini, che si indebitano (impegnando beni reali) per farsi prestare, fondamentalmente, carta straccia.

Questo prima della crisi. Adesso, con l’avvento dell’Euro e la crescente influenza dell’Unione Europea, sommati alla scarsità di lavoro e ammortizzatori sociali, la questione monetaria è diventata un argomento di primo piano. Giornalisti, professori, membri delle istituzioni sempre più si interrogano se l’adesione alla moneta unica sia stata, o no, un bene per il nostro Paese.

Illustrazione di Elibee (www.elibee.net)

Le leve della ricchezza di una nazione

Per sovranità monetaria si intende la capacità dello Stato di stampare una propria moneta, attraverso una Banca centrale nazionale o il ministero del Tesoro. In questo caso, è lo Stato a decidere quanta moneta immettere in circolo e quanta ritirarne, manipolando leve come l’inflazione e la spesa pubblica. Viceversa, quando non si ha moneta propria ma la si prende a prestito (come nel caso dell’Euro, che viene immesso dalla Banca centrale europea nei mercati di capitali privati), gli Stati sono costretti a procurarsela da chi la detiene, cioè investitori, banche, altri Stati e così via. Ne consegue che la capacità dello Stato in questione di essere ‘affidabile’ per restituire i prestiti e la sua ‘competitività’ sui mercati internazionali diventano questione di vita e di morte.

Nel senso letterale del termine perché, nel caso in cui il Paese rimanga a secco di prestiti, il risultato è non avere più i mezzi per pagare le spese necessarie alla cittadinanza, come stipendi di dipendenti pubblici e pensioni. Aggiungeteci le richieste di austerity che ci vengono dall’Europa anche grazie al Fiscal Compact, e si spiega perché lo Stato non può a norma di legge intervenire per salvare tutti quei poveracci che non riescono più a tirare avanti. E che crescono di giorno in giorno.

Per capire l’importanza della questione, potremmo citare l’aforisma attribuito al banchiere tedescoMayer Amschel Rothschild (1744-1812), che osservò: “Datemi il controllo della moneta di una nazione e me ne infischierò di chi ne scriverà le leggi”.

Cercare soluzioni

Restando in tema di citazioni, due anni fa il premio Nobel per l’economia, Paul Krugman, affermava: “Adottando l’Euro l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del Terzo Mondo, che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica”.

Nel numero precedente, Barricate ha intervistato il giornalista Paolo Barnard, che riteneva che il problema della sovranità monetaria fosse da risolvere uscendo dalla moneta unica, tornando a stampare valuta nazionale e impostando politiche di stampo neokeynesiano per sostenere famiglie e imprese.
Sul sito del giornalista è possibile consultare il “Programma di salvezza economica per l’Italia”, stilato con gli economisti della scuola Memmt (Mosley Economic Modern Money Theory).

A livello politico, negli ultimi tempi si è interessato alla questione anche il Movimento 5 Stelle, che conun intervento alla Camera del deputato Carlo Sibilia, ha denunciato il fenomeno del signoraggio, chiedendo al presidente Letta, “uomo Bilderberg, come il suo predecessore Mario Monti e come il presidente della Bce, Mario Draghi” per quale motivo “se la moneta è di proprietà dei cittadini, dello Stato, banche private ce la prestano”.

Tra le realtà che si interessano del problema c’è l’Unione dei Movimenti, un progetto nato nel maggio 2012. I suoi promotori in alcuni comunicati denunciano “una deriva oligarchico-finanziaria del sistema, gestita da poteri e forze che hanno deviato la nostra democrazia e lo spirito della Costituzione”, tra cui “massonerie infiltratesi nei gangli delle istituzioni, delle professioni e dei poteri tramite ricatti e minacce”. Nel loro progetto per una nuova politica, prevedono “la sovranità monetaria e la nazionalizzazione della Banca d’Italia”.

Per questo numero, Barricate ha sentito uno dei suoi promotori, l’economista Nino Galloni, in passato direttore del Ministero del Lavoro e funzionario del Ministero del Bilancio.

Galloni

Intervista a Nino Galloni.

Dott. Galloni, sul tema della sovranità monetaria lei è molto critico verso la cessione che ne è stata fatta. Ci spiega il motivo?

La sovranità monetaria viene di solito esercitata dallo Stato o da un’istituzione che ne ha il potere e consiste nell’attribuire valore legale alla moneta. Ciò vuol dire che nessuno può rifiutarla per estinguere i propri crediti, nemmeno lo Stato. I cittadini potrebbero, in teoria, esercitare direttamente questa sovranità, in modo complementare o esclusivo.

Il problema è che oggi merci e servizi abbondano, mentre la moneta scarseggia anche per gli investimenti socialmente necessari.

Ciò significa che la sovranità monetaria è male amministrata. Gli Stati nazionali, come l’Italia, se ne sono privati, invece avevano solo il potere di delegarla a un’autorità sovraordinata come la Bce.
Quest’ultima ha garantito liquidità per migliaia di miliardi di euro alle banche (che li perdono in attività speculative assurde e poi fanno scarseggiare il credito all’economia reale), però nulla arriva alle imprese e alle famiglie.

Quindi, o la Bce riporta la moneta alla sua funzione, oppure non c’è stata delega di sovranità, ma la sua cancellazione, e questo gli Stati non potevano farlo. Se la Bce non esercita la sovranità monetaria per conto dei popoli e degli Stati, questi ultimi se la devono riprendere.

La questione della sovranità monetaria si lega a quella dell’economia italiana. Lei ha affermato che, a un certo punto, qualcuno ha voluto frenare l’espansione industriale del Paese. Chi è stato e perché?

Alla fine degli anni ’70 l’Italia stava avvicinando la Francia e preoccupava la stessa Germania, dopo aver superato l’Inghilterra. Questo grazie ad agevolazioni alle industrie private, sviluppo delle partecipazioni statali e valorizzazione delle capacità del nostro popolo. Eravamo competitivi, ma anche molto macchiati da corruzione, clientelismi e sprechi.

Così nel 1981 si decise di porre fine a tale situazione, senza preoccuparsi di travolgere anche il buono che c’era nella nostra economia, costringendo lo Stato a finanziare il proprio fabbisogno monetario ricorrendo direttamente al mercato (in realtà le grandi banche che ne approfittarono) senza la collaborazione della Banca d’Italia.

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Dopo una decina d’anni maturarono le condizioni che avrebbero portato all’Euro. Ma questo non sarebbe stato possibile se, dopo la caduta del muro di Berlino, la Germania non avesse rinunciato al marco e la Francia non avesse accettato la riunificazione tedesca in cambio di un indebolimento industriale e produttivo dell’Italia.

Nel corso del 1989 Mitterand e Kohl si erano messi d’accordo, in Italia, con gli stessi che avevano voluto interrompere gli investimenti pubblici e l’uso della leva del cambio (Carli, Ciampi, Confindustria, ecc.), ma l’ago della bilancia era Giulio Andreotti, passato da una posizione poco europeista a consentire il fatidico passaggio. Molti approfittarono, nel decennio successivo, della svendita del patrimonio pubblico a scandalosi prezzi di magazzino e l’Italia perse gran parte dei suoi strumenti industriali.

Lei è piuttosto critico anche verso questa Unione Europea. Cosa le contesta?

La evidente insensatezza e insostenibilità delle varie misure di austerity, che (vedi il MES e il Fiscal Compact) sono costosissime in termini produttivi, sociali e finanziari. Anche i vincoli di Maastricht erano arbitrari e assurdamente uguali per tutti: invece di tendere alla convergenza, mettevano sullo stesso piano chi aveva molte risorse da valorizzare (disoccupazione) e chi no.
La solita storia: il debole che diventa ancora più debole e il forte che diventa ancora più forte.

Se l’Italia decidesse di tornare alla moneta nazionale, cosa occorrerebbe fare poi?

Se l’Euro non riesce a finanziare quegli investimenti  che ci porteranno all’equilibrio economico sociale, allora è meglio tornare alle valute nazionali. Quindi, o i leader tornano ad aiutare i deboli, oppure ognuno per sé.

La difficoltà per l’Italia non sta nell’abbandonare l’Euro, gestire i debiti o predisporsi a una crescita dei prezzi delle importazioni necessarie (che sarebbero compensate da maggiori esportazioni e minori importazioni non necessarie), ma nel capire come questo esercito di disoccupati e precari non qualificati possa impegnarsi in modo produttivo.

Ovviamente dovremmo tornare alla situazione pre-81 e non a quella pre-Euro.

Lei ha ipotizzato anche soluzioni come il ricorso alla moneta complementare. L’Euro potrebbe convivere con una o più monete nazionali?

Sì, nel passato abbiamo avuto doppie e triple circolazioni monetarie: moneta internazionale, moneta nazionale, moneta dei piccoli acquisti.

 

 

 

Idee per una finanza a misura di cittadino

Roberto Errico, membro del Forum per una nuova finanza pubblica e sociale, ci spiega come il settore potrebbe essere riavvicinato ai bisogni dei cittadini

Palazzi_Errico-300x200(Articolo pubblicato sul numero 5 – settembre/ottobre 2013 di Barricate – L’informazione in movimento)

Dopo lo scoppio della crisi del debito, la finanza è stata oggetto delle contestazioni  di ampie fasce della popolazione, in Italia e nel mondo. Da qui la necessità di trovare idee per riformarla, almeno nei punti nei quali più si concentrano assurdità e privilegi, per riportarla alla sua corretta funzione sociale.
Ne abbiamo parlato con Roberto Errico, bancario, che assieme a numerose associazioni italiane ha avviato un Forum per cercare di rendere virtuoso un settore ormai nel centro del mirino.

Dott. Errico, ci può dire quali associazioni fanno parte del vostro Forum?

Il Forum nasce da un appello all’azione sulle questioni del debito pubblico e del credito, proveniente da associazioni come Attac, Rivolta il debito, ReCommon, Smonta il debito e Centro nuovo modello di sviluppo.

Dopo due incontri molto partecipati a Roma al Teatro Valle e alla Ri-Maflow, una fabbrica occupata alle porte di Milano, siamo sfociati nella forma di Forum formato da diversi movimenti e gruppi che vogliono lavorare su questi temi. Hanno aderito numerose realtà, tra cui posso citare i Cobas delle poste, il Forum italiano dell’acqua, alcuni pezzi di varie organizzazioni sindacali e l’Arci.

Quali sono le vostre idee per riformare la finanza, e da cosa scaturiscono?

Possiamo partire da un dato che per alcuni è falso mentre per noi è oggettivo, che è la questione dei soldi.
Il luogo comune della crisi è che non ci sono i soldi, che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità e quindi dobbiamo tirare la cinghia. Noi sosteniamo al contrario che i soldi ci sono, perché innanzitutto ci sono quelli dell’evasione fiscale, che sono la punta dell’iceberg. C’è un fisco che è diventato sempre più amico dei ricchi e ha colpito con sempre maggiore violenza i ceti meno abbienti, basti pensare a come si è tirato fuori il denaro negli ultimi anni. Si è aumentata l’Iva ma non si è andato a incidere sulle rendite. Se si punta a rilanciare l’economia aumentando l’Iva, evidentemente l’obiettivo è quello di continuare a colpire i ceti sociali più bassi: disoccupati, pensionati, piccoli lavoratori autonomi.

I soldi quindi ci sono, sono nei forzieri nascosti dei paradisi fiscali, nel risparmio degli italiani, specie quello postale. Da qui la nostra campagna per una Cassa depositi e prestiti, un ente di diritto privato di proprietà del Ministero delle finanze per l’81% (al 19% delle fondazioni bancarie), che dovrebbe tirare fuori i soldi per pagare gli interessi stratosferici sul debito. Questo per noi è un tema centrale. Noi non vogliamo solo ripubblicizzare la Cdp, ma risocializzarla, il che significa riportarla a finanziare a tassi calmierati gli enti locali, rompendo il cappio del Patto di stabilità. Inoltre la Cdp e altri enti pubblici dovrebbero sostituirsi alle banche, che non fanno più credito, e fare prestiti a tasso molto agevolato alla piccola impresa che sta morendo, ai negozianti che vengono devastati dall’arrivo di outlet e megastore, e a chi vuole aprire un’attività, magari di tipo ‘ecosostenibile’. C’è da cambiare una mentalità, e in questo solco siamo criticati dai residui della sinistra radicale e del comparto riformista, secondo cui “pretendiamo troppo”.

Riguardo la sovranità monetaria e l’Euro, come vi posizionate?

Trappola Euro

Qui devo fare dei distinguo, perché nel Forum ci sono diverse sensibilità. La mia posizione è che sia un falso problema, perché uscire dall’Euro non sarebbe né una tragedia né la liberazione dal cappio dell’Europa. Semplicemente, porterebbe problemi iniziali abbastanza gravi e una stabilizzazione successiva durante la quale non cambierebbe praticamente niente. Si tornerebbe al sistema di prima con un’altra moneta e probabilmente parecchia inflazione in più. In ogni caso nel Forum si discute anche su questo.

L’Europa potrebbe anche essere una prospettiva interessante, ma è necessario rifarla da zero perché questa è l’Europa della tecnocrazia che si fa mercato. Il problema centrale è quando il settore pubblico si mette a fare il privato; bisognerebbe riorientare il pubblico a fare il pubblico. La sanità, ad esempio, o è pubblica o non è sanità, così come la scuola.

All’Europa si può anche mettere mano, ma bisogna ragionare in modo completamente opposto a come si fa adesso. È chiaro che, dal punto di vista di Paesi come la Grecia, l’Europa ha dato il peggio di sé, ed è normale che i greci vogliano uscirne, dopo essere stati ridotti in stato comatoso e non potendo certamente riuscire a restituire i prestiti. L’Europa attuale, insomma, è ‘una robaccia’, ma non è detto che si debba buttarla completamente a mare.

Nel dibattito fra neoliberisti e neokeynesiani, voi avete delle preferenze o rifiutate entrambi i modelli?

Senza dubbio siamo antiliberisti. Riguardo le politiche keynesiane, trovo che funzionino bene in un’economia chiusa. Il moltiplicatore keynesiano funziona quando le frontiere sono tendenzialmente chiuse e quando il consumo che aumenta grazie all’investimento pubblico si orienta verso prodotti interni, verso aziende interne. Fare keynesismo oggi in un Paese come l’Italia, che importa molto più di quanto esporta (pensiamo a petrolio e prodotti informatici), vorrebbe dire finanziare la crescita della Cina.

Penso che se Keynes fosse tra noi, si chiederebbe come affrontare il tema della globalizzazione, se essere chiusi o aperti. Anche su questo si discute molto. Se politiche macroeconomiche espansive potrebbero aiutare la ripresa, dobbiamo anche capire che tipo di ripresa. Negli Usa si è stampata moneta in quantità industriale, con tre round di Quantitative Easing della Federal Reserve,  i soldi sono stati dati alle banche, che invece di usarli per aiutare la popolazione hanno investito in borsa perché è più remunerativo che seguire un’impresa che cresce in 15-20 anni. Si sta creando così un’altra bolla. Anche in Giappone si sono fatte operazioni simili. Quindi alle banche conviene più investire in titoli azionari a breve termine che ragionare su come far ripartire l’economia. A riprova di questo, il 6,7% dei cittadini americani nel 2012 sono risultati sotto la soglia di povertà assoluta, e il 20% al di sotto della soglia di povertà relativa.
I dati più alti dal 1950.

Quindi stampare moneta non è tanto utile se va solo ad alimentare l’economia finanziaria. Meglio ragionare sul riprendere le leve del credito, ed ecco ritornare la campagna sulla Cassa depositi e prestiti, e ragionare su come gestire la questione del debito.

La copertina del numero 5 di "Barricate"

Lei ha parlato della Banca centrale americana. Visto che questa, come quella italiana, è privata, non sarebbe il caso che fossero nazionalizzate per diminuire gli oneri dello Stato verso di loro?

Si, la Banca d’Italia è di proprietà delle banche italiane. Il problema però non è nazionalizzare la Banca d’Italia, per trasformarla nell’ennesimo carrozzone del pubblico che fa gli affari suoi, dando finanziamenti in base alla provenienza territoriale del Ministro dell’Industria. Il problema è andare oltre le forme del pubblico e privato. Occorre iniziare a ragionare sul fatto che, più che banche pubbliche e basta, servono banche che siano socializzate, un pubblico che sia permeato dalle esigenze delle comunità locali. In modo che intorno a questa banca, pubblica o privata che sia, non si crei un grumo di potere che orienta il credito in un senso o nell’altro. È su questo che bisogna aprire un ragionamento. È storia che gran parte delle banche che si sono formate sul territorio erano governate da entità locali, magari potentati, ma la forma in sé già c’era, erano attività collaterali allo sviluppo del territorio. Bisognerebbe aggiornare questo modello, sostituendo al potentato dell’800 la cittadinanza.   

La banca vive dei depositi dei clienti, quindi l’interesse dei risparmiatori dovrebbe essere preponderante, accanto a quello dei lavoratori della banca e al peso della comunità locale nel suo complesso.
Va ridefinito il concetto di come si fa banca e chi ne sia proprietario.

A livello politico, come vi rapportate nei confronti dei progetti di democrazia diretta o di più democrazia diretta?

Siamo sicuramente d’accordo con i progetti di democrazia diretta, ma bisogna intendersi sul concetto di quest’ultima. Il dibattito in merito è ancora vago, e a volte si ripetono le stesse dinamiche della democrazia rappresentativa. Quello che si potrà fare in questo ambito lo vedremo strada facendo.

Direi che questa è una fase in cui non bisogna stare né con le istituzioni né contro, ma attraversarle. I conflitti vanno costruiti a partire da una relazione istituzionale, ad esempio ,con i piccoli comuni, che stanno morendo. I sindaci sono diventati dei vigili urbani del Patto di stabilità.

Altre idee per una migliore economia scaturite dal vostro Forum?

Stiamo cercando di stabilire buone relazioni con le Mag, che sono mutue autogestite, gruppi di persone che mettono assieme parte dei loro risparmi per piccoli progetti simili al microcredito, ma più imperniati sull’eticità. Poi l’altro punto riguarda le banche: le proposte dei legislatori dei vari Paesi partono dal presupposto che non si deve negare la banca universale, che è quella che gestisce i depositi dei propri clienti ma fa anche operazioni strumentali e così via. Il vero tema su cui confrontarsi è come separare il risparmio dalla speculazione.
Per fare questo ragionamento occorre capire come è possibile risocializzare alcuni istituti. È necessaria una banca pubblica che sia permeata dalle necessità locali che emergono dal basso, che faccia quello che non fa più nessuno in nessuna parte del mondo, cioè prestiti a tasso agevolato per le cose di pubblica utilità o per aiutare le persone che sono state più colpite dalla crisi. Non penso che stiamo parlando di assaltare il Palazzo d’Inverno. Eppure potremmo essere accusati di radicalismo, perché in questo momento chiunque non segua i diktat che vengono espressi dall’alto è un radicale, uno che vive fuori dal mondo, uno che vuole vivere al di fuori delle proprie possibilità. Noi rigettiamo tutte queste accuse, che non hanno niente di concreto ma che spesso vengono rilanciate dai media.

 

 

 

Un continente di Euroschiavi

Palazzi_Euroschiavi3-300x200(Articolo pubblicato sul numero 5 – settembre/ottobre 2013 di Barricate – L’informazione in movimento)

Il signoraggio è uno di quegli argomenti tabù sui giornali e nei luoghi della politica. Tant’è che chi ne parla, viene di solito tacciato come ‘complottista’.
Antonio Miclavez, autore nel 2005 del libro “Euroschiavi” assieme all’avvocato Marco Della Luna, è stato uno dei primi nel nostro Paese a occuparsi del tema della creazione della moneta e dei profitti che ne derivano per gli istituti di credito, a fronte di un crescente indebitamento per i cittadini. E a notare come l’Euro e l’Unione Europea abbiano rapidamente peggiorato la situazione.

Dott. Miclavez, ci spiega in che consistono i fenomeni del signoraggio primario e di quello cosiddetto secondario?

Partiamo dal fatto che uno Stato sovrano dovrebbe creare il proprio denaro. E di solito crea il denaro coniando monete, stampando banconote, o aprendo conti bancari. Il signoraggio è la differenza tra il valore scritto sopra la moneta e quanto costa produrla, quindi l’utile che se ne ricava.

Il signoraggio primario è il vantaggio che ottiene in questo modo una banca centrale. Questa dovrebbe essere una banca nazionale, cioè del popolo; invece le banche centrali, come la Banca d’Italia, non lo sono più.E se la banca centrale non è del popolo, ma privata, esige dallo Stato in cambio della moneta emessa, dei titoli di Stato che equivalgono a dei ‘pagherò’ di quella somma più un interesse. È uno specchietto per le allodole per nascondere il fatto che le banche centrali prestano soldi creati dal nulla agli Stati, facendo profitto su di loro.

Quindi il denaro liquido, circolante, derivante dal signoraggio primario equivale a 2mila miliardi, che vanno a formare il debito pubblico. Altri 5mila miliardi derivano dal signoraggio secondario, cioè dal fatto che le banche moltiplicano il denaro esistente. Queste infatti arrivano a prestare fino a 50 volte tanto quello di cui sono realmente in possesso, essendo tenute per legge a mantenere una riserva di appena il 2% del denaro che fanno circolare. E questo è il signoraggio secondario.

Ci sono anche altri trucchi: ma, in ogni caso, il vero riciclaggio avviene quando si crea denaro, perché questo viene immesso già sporco di un crimine, il peggiore dei crimini. Si tratta di una appropriazione indebita della sovranità monetaria, che va a vantaggio solo delle banche.

Perché la situazione con l’Euro è peggiorata, rispetto alla Lira?

La Banca d’Italia era privata già con la Lira, quindi la Lira subiva già il furto della sovranità monetaria.

L’Euro per prima cosa ci ha inflazionato del 50%. Secondo, l’Euro viene creato dalla Banca Centrale Europea, che è un collage di banche sedicenti nazionali, in realtà private. Banchieri e assicuratori hanno creato questo grande gruppo, una vera associazione a delinquere. Hanno creato una valuta che si scambia a tassi di cambio fissi, che ha consegnato i vari Stati alla mercé delle agenzie di rating e dei loro giudizi, con le conseguenze che abbiamo visto, ad esempio, in Grecia. È una valuta di cui si avvantaggia solo la Germania, che guadagna su di noi, col signoraggio primario, il 5% all’anno.

Antonio Miclavez, autore del best seller "Euroschiavi"

In che modo l’Unione Europea si sta rivelando un macigno sulla vita politica ed economica italiana? 

La Comunità Europea è nata per distruggerci. Le sue politiche non sono andate a vantaggio dei cittadini. Qualche anno fa ad esempio pagava milioni agli allevatori per ammazzare i bovini, favorendo la fine dei piccoli allevamenti. Inoltre costa tantissimo e i suoi burocrati fanno girare il denaro come vogliono loro.

È stata creata apposta per toglierci le identità nazionali e farci a pezzi con le liberalizzazioni, a favore dei soliti che detengono le chiavi del potere. L’Euro ne è stato l’atto finale, speriamo che salti presto.

Lei in passato ha denunciato una forte difficoltà nel trattare questi temi con la stampa ‘mainstream’. Ora la situazione sta cambiando?

Alcuni giornalisti di testate famose, quando gliene ho parlato, hanno trovato scuse improbabili per evitare il tema.  Ci sono alcuni giornali meno conosciuti che trattano l’argomento, ultimamente poi ne hanno parlato anche le Iene e un deputato del Movimento 5 stelle. Quando uscì “Euroschiavi” fummo tra i primi a parlarne, ora mi fa piacere vedere che l’argomento si sta diffondendo.

Spesso finora quando si parlava di signoraggio il tema veniva relegato nell’ambito delle bufale o giù di lì…

Quando ne ho parlato con Beppe Grillo e con Milena Gabanelli mi hanno detto: “Queste cose sono enormi, la gente poi non ci crede”. La Gabanelli aggiunse: “Noi ci occupiamo di cose più piccole”. Il debito pubblico è una truffa che fanno le banche e che paghiamo con le tasse, ma anche persone di cultura sembrano non voler approfondire la cosa.

Quali soluzioni adduce per risolvere il problema e creare un’economia veramente al servizio dei cittadini?

Se si va sul sito www.monetacomplementarecomunale.com  si può trovare la mia visione della moneta complementare. Ce ne sono tante, e le ho studiate a lungo. Come insegnava Giacinto Auriti, che è stato un po’ il nostro maestro,  la moneta può essere creata anche dal Comune, che la può emettere e distribuire per aiutare i cittadini. Una moneta fatta dal territorio per il territorio. Altrimenti, possiamo solo sperare che sia lo Stato a tornare a crearla.

 

 

 

Nel mondo dei burattinai occulti

Vignetta Bilderberg(Articolo pubblicato sul numero 6 – novembre/dicembre 2013 di Barricate – L’informazione in movimento)

Che le cosiddette democrazie nascondano in realtà il dominio di tante oligarchie, industriali, bancarie, politiche e religiose, è fatto sempre più risaputo.
Quel che si sa un po’ meno, è come quei personaggi che vediamo ogni giorno in Tv e sui giornali, siano spesso semplici esecutori, se non ridotti al rango di camerieri, di coloro che detengono il reale potere. Il potere vero, per definizione, è occulto: e non vuole essere disturbato da riflettori, titoli sui giornali o riprese televisive.
Questo alone di segretezza circonda molti gruppi e organizzazioni che, periodicamente, riuniscono sotto un unico tetto numerosi potenti della Terra. Uno dei nomi che ultimamente è divenuto di dominio “quasi pubblico” (almeno per chi si informa su Internet) è quello del Gruppo Bilderberg.

Questa organizzazione è salita “agli onori delle cronache” il novembre dell’anno scorso per una riunione a Roma, di cui hanno parlato siti come Dagospia e programmi come Servizio Pubblico, e per importanti rivelazioni sul suo conto da parte di giornalisti e magistrati.
In particolare, Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Corte di Cassazione, ha affermato nel suo libro “La Repubblica delle stragi impunite” che buona parte delle stragi rimaste senza un colpevole degli anni di piombo sono da ricondurre a questo potente gruppo di pressione, che ha agito su impulso degli americani e in funzione anticomunista. Ma il Gruppo Bilderberg negli anni ha riunito il fior fiore della politica, dei media e dell’economia, italiana ed europea. Tra i nomi dei  partecipanti ai suoi meeting possiamo annoverare: Mario Monti, Enrico Letta, Mario Draghi, Romano Prodi, Emma Bonino, Franco Bernabè, John Elkann, Rodolfo De Benedetti.

Noi di Barricate abbiamo parlato dell’argomento con Daniel Estulin, giornalista investigativo ed ex-membro del Kgb, famoso per essere l’autore del libro “Il club Bilderberg”.

Mr. Estulin, lei ha scritto alcuni anni fa un importante libro sul Gruppo Bilderberg.
Può dirci quali sono gli scopi di questa organizzazione e chi sono i suoi membri più importanti?

Innanzitutto, il Bilderberg non fa parte di una “teoria del complotto”. È un complotto reale.
Il Gruppo era un elemento fondamentale nelle strutture oligarchiche del periodo della guerra fredda, un veicolo attraverso il quale l’oligarchia finanziaria imponeva le proprie politiche a governi apparentemente sovrani.

Il grande scandalo fu che era popolato da gente proveniente dal vecchio apparato nazista, “ripulito” e impiegato come nucleo centrale della guerra fredda antisovietica nell’Europa occidentale.

Quelle come il Bilderberg sono organizzazioni che hanno missioni operative, ma non sono le sedi del vero potere. Non è qui che i potenti si incontrano e decidono sulle questioni di maggior importanza, come la guerra e la pace. Potrebbero definirsi piuttosto come delle cinghie di trasmissione. Ecco perché è un errore considerare il Bilderberg, la Commissione Trilaterale, il Consiglio sulle Relazioni Estere i centri del potere oligarchico. La oligarchia principale lavora a un livello più alto, e poi crea molteplici organizzazioni di facciata il cui scopo è diffondere le idee lì determinate.

La copertina di Barricate numero 6

L’idea dietro ogni incontro del Bilderberg è quella di creare quella che loro stessi chiamano la “Aristocrazia degli scopi”, tra le elite europee e nordamericane, sul modo migliore di governare il pianeta. In altre parole, vogliono una rete globale di cartelli di enormi dimensioni, più potenti di ogni nazione sulla Terra, destinati a controllare le necessità vitali del resto dell’umanità.

Il gruppo fu fondato dal Principe Bernardo d’Olanda, uno dei membri più importanti dell’apparato nazista durante la seconda guerra mondiale, il quale ripudiò l’appartenenza alle SS mentre si preparava a diventare, col matrimonio, parte della monarchia olandese.

Così questa struttura raccolse su base annuale 100-200 persone, selezionate da circoli di governo, dalla finanza, dall’establishment militare, dai media dei Paesi dell’Europa occidentale e del Nord America, che si mescolarono con le figure dominanti dell’oligarchia finanziaria privata. Si sedettero al riparo da occhi indiscreti e decisero le più importanti misure che avrebbero preso nei mesi successivi.

Altri importanti membri nel corso degli anni sono stati David Rockefeller e i fratelli Agnelli.
In ogni caso, vedila così: chiunque conti qualcosa in politica, economia, banche e organizzazioni sovranazionali ha partecipato al Bilderberg.

Sappiamo che Mario Monti ed Enrico Letta, il precedente e l’attuale premier italiano, hanno partecipato ad alcuni incontri del gruppo. Ciò significa che prendono ordini, o che le loro azioni sono influenzate da chi incontrano in questi meeting?

Il Bilderberg non è un gruppo di persone che siedono in una sala oscura, fissando una sfera di cristallo e pianificando il dominio del mondo. Le decisioni sono prese con il consenso. Nessuno è forzato a fare nulla che non voglia, ma se i partecipanti vogliono andare d’accordo e avere i loro avanzamenti di carriera, è bene che seguano il tracciato di questa e altre organizzazioni simili. Ad esempio, uno dei primi atti del governo Monti fu quello di pagare miliardi di euro in favore della Goldman Sachs per i derivati in possesso del Tesoro italiano. Si disse che non c’erano soldi per le pensioni, ma ce n’erano più che abbastanza per gli amici di Monti nelle banche americane.

Negli ultimi giorni di settembre, Enrico Letta ha anche frequentato un meeting del Consiglio sulle Relazioni Estere americano. Nel libro sul Bilderberg si parla anche di questa istituzione.
Qual è il ruolo di questo gruppo nell’influenzare le politiche degli altri Stati, e chi sono i suoi leader?

Come in un film, ci sono realmente delle organizzazioni segrete simili al Bilderberg che giocano un ruolo vitale nello schema del Nuovo Ordine Mondiale.
La più grande è la Tavola Rotonda, derivante da una società segreta creata dal magnate britannico Cecil Rhodes per unire il mondo sotto membri di “elite illuminate” tra cui lui stesso.
La prima guerra mondiale e la proposta di una Società delle Nazioni furono il risultato delle macchinazioni cabalistiche della Tavola Rotonda.
Questo network creò in tutto il mondo organizzazioni di facciata, tra cui l’Istituto Reale Britannico di Affari Internazionali, l’Istituto di Affari Internazionali di Canada, Australia, Sud Africa, India e Olanda, l’Istituto di Relazioni del Pacifico per Cina, Russia e Giappone. Uno dei rami della Tavola Rotonda negli Stati Uniti è il Consiglio sulle Relazioni Estere.

Daniel Estulin, autore del libro "Il Club Bilderberg"

Il CRE, il più potente think tank negli Usa, è un braccio del gruppo Bilderberg. È anche il think tank del presidente degli Stati Uniti per ciò che riguarda la politica estera, ed una delle istituzioni centrali per far socializzare le elite americane provenienti dai più importanti settori della società, dove queste lavorano per costruire consenso su questioni relative agli interessi imperialisti dell’America nel mondo.
A questo scopo, il CRE spesso prepara la strategia per le politiche americane, ed esercita un’enorme influenza nei circoli politici, dove i personaggi chiave quasi sempre vengono dai suoi ranghi.
Negli Stati Uniti, membri non eletti del CRE occupano praticamente tutte le posizioni di regia della Casa Bianca, e hanno il maggiore peso nei sistemi legislativo e giudiziario.
In effetti, il CRE è servito come un’agenzia virtuale di impiego per il governo federale sia sotto i Democratici che i Repubblicani. Qualunque sia il partito al potere, i veri decision makers rimangono gli stessi, perché i posti che contano sono quasi sempre occupati da membri del CRE. I presidenti vanno e vengono, il potere e l’agenda del CRE rimangono gli stessi.

In questi giorni possiamo dire che le politiche di molti banchieri, politici e multinazionali, d’Italia e d’Europa, sono fortemente influenzate da un numero limitato di uomini molto potenti?

Perché solo in questi giorni? È stato sempre così nel corso della storia. Ecco perché sono chiamati i Padroni Occulti.

Cosa possono fare le persone comuni per difendersi dall’egoismo di queste organizzazioni?

Ogni generazione deve progredire più di quella precedente, in termini di potere, comprensione e cultura. La speranza di ogni uomo vicino alla morte dovrebbe essere che la sua vita ha significato qualcosa, che ha posto le basi per un mondo migliore. C’è solo una razza umana e tutti gli esseri umani hanno all’incirca lo stesso potenziale creativo: è solo questione di come lo sviluppano, e se vengono aiutati a farlo. Per cui, questo dovrebbe essere il nostro obiettivo. Se le persone vogliono autogovernarsi, devono condividere le idee grazie alle quali ciò è possibile. Questo significherebbe la fine delle oligarchie. Nazioni che incoraggiano lo sviluppo mentale – creativo della popolazione, producono un popolo che non tollererà per sempre forme oligarchiche di governo. Lo faranno, invece, popolazioni analfabetizzate, tecnologicamente indietro.
La diversità culturale è simbolo di progresso umano. Una volta nato, il concetto di Stato-nazione non muore mai, ma aspetta di essere difeso e perfezionato. Per questo, dovremmo essere una fratellanza di nazioni sovrane, unite da uno scopo comune verso l’umanità. Finché l’umanità non sarà portata nell’Età della Ragione, la storia sarà sempre plasmata non dalla volontà delle masse, ma dai pochi che, per i loro scopi, dirigono il destino dell’umanità così come mandrie di mucche vengono dirette al pascolo e, occasionalmente, al mattatoio.

La copertina del best-seller di Daniel Estulin

Il suo ultimo libro è “Cospirazione Octopus” e, diversamente da “Il club Bilderberg”, è un romanzo. Ma in un’intervista lei ha detto che l’80% di ciò che è scritto nel libro è vero. Perché ha scelto la forma del romanzo?

Perché ciò che descrivo nel mio nuovo libro può farmi uccidere, se non sono molto cauto. Il Bilderberg, come ho detto, è una cinghia di trasmissione. La “Octopus” è basata su una vera e potente organizzazione privata, chiamata la Piovra.

Il libro conduce il lettore attraverso alcuni dei più profondi segreti dell’elite mondiale. Lo sfondo della storia è il collasso finanziario globale. Su questo scenario, le elite si confrontano per il dominio totale. Gli ingredienti sono tutti molto reali e basati su 20 anni di giornalismo investigativo. Il Programma di Commercio di Collaterali che controlla i mercati finanziari planetari, l’oro giapponese rubato durante la seconda guerra mondiale del valore di quadrilioni di dollari. Non si tratta di invenzioni. Il Cartello dell’Aquila Nera, un’organizzazione estremamente potente che custodisce questo oro nascosto nelle Filippine, in Indonesia e Malesia.
Questo cartello è composto da 777 tra le più potenti entità bancarie nel mondo. Il software Promis. Ho utilizzato le straordinarie scoperte dei miei anni di giornalismo investigativo per confezionare questo thriller ambientato nel mondo sotterraneo di fumo e specchi.

Nel libro lei parla di una cospirazione gigante, che coinvolge il Bilderberg, la Commissione Trilaterale e questa organizzazione superiore chiamata “La Piovra”, composta da militari, agenti segreti, banchieri e vertici delle multinazionali. Parla anche di software e tecnologie, nelle mani delle elite, che le renderebbero capaci di controllare ogni computer sulla Terra, le attività finanziarie, il movimento degli eserciti e la società mondiale. Quanto c’è di vero in tutto questo?

Il Programma di Commercio dei Collaterali è vero, sebbene sia uno dei segreti più nascosti di ogni governo del mondo. Il mondo-ombra nel quale il PCC produce soldi dal nulla è il piccolo sporco segreto dell’economia occidentale. Il PCC è un’operazione altamente speculativa e fuori dai registri dei governi. Ogni agenzia degli Stati Uniti ne è coinvolta. Loro generano profitti spettacolari in cambio di rischi minimi, al riparo da ogni forma di controllo e contabilità. Le banche sono colluse con governi e individui molto potenti che appartengono a organizzazioni come la Nobiltà nera veneziana, tra i cui membri ci sono quelli della famiglia Agnelli.
Io sono in possesso di documenti che dimostrano come il cumulo di fondi creati e depositati in conti dormienti arrivi a 223 trilioni di dollari. Questo denaro è custodito in diversi grossi blocchi a Citibank. E se mi uccidessero, questi documenti verrebbero immediatamente pubblicati.
Questo per dare un’idea di quanta verità ci sia nel mio ultimo libro.

 

 

 

Unione? Chiamiamola annessione

bandiera-germania-europa(Articolo pubblicato sui numeri 7  e 8 di Barricate – L’informazione in movimento)

Da diversi numeri ormai Barricate si occupa delle questioni Euro ed Unione Europea, e non senza un preciso motivo. Il totale asservimento della maggior parte dei media, per ovvie ragioni politiche ed economiche, ai dogmi dell’irreversibilità dell’Euro e della inattaccabilità delle regole europee, rendeva sempre più urgente dare voce alle motivazioni di chi, da tempo, ha rilevato che in tutto questo sistema le cose che non quadrano sono tante. L’insistenza su debito pubblico e deficit in rapporto al Pil, con un accanimento che ha dell’insensato, le politiche di austerità imposte come un male necessario, il trionfo delle dottrine neoliberiste a danno del bene della popolazione, ignorato anche di fronte ai casi più gravi di impoverimento e suicidi con una indifferenza che sfocia nella psicopatia: in tutto ciò i grandi media hanno avuto un ruolo fondamentale, e un giorno dovranno seriamente risponderne. Così come dovranno risponderne i politici che hanno avallato misure distruttive e accordi scellerati, andati a tutto vantaggio di un ristretto gruppo di banchieri, corporations e colleghi di casta. Il peggior crimine di questo connubio media-politica-industria-banche è stato l’aver costretto la gente a pensare che doveva subire in silenzio ogni tipo di privazione, che “non ci fosse altra scelta”. Ora sappiamo che si è sempre e solo trattato di un gioco truccato, per arricchire i pochi distruggendo e sottomettendo i molti.

Negli scorsi numeri Barricate ha sentito Paolo Barnard, Nino Galloni, Roberto Errico, Antonio Miclavez, Daniel Estulin: tutte voci lontane dal circuito mainstream e tutte concordi nel ritenere il sistema politico-economico vigente, in Italia e in Europa, un “gioco per pochi”, in cui i comuni cittadini possono (e devono) solo obbedire a quanto viene deciso dalle elite. Elite che – com’è ovvio – si distinguono nient’altro che per censo, e per la comune protezione che accordano ai propri privilegi. In questo numero abbiamo intervistato un altro economista profondamente critico verso l’Unione Europea e l’Euro, Alberto Bagnai, docente all’Università “D’Annunzio” di Chieti-Pescara e autore del libro “Il tramonto dell’Euro”.

Prof. Bagnai, nel suo libro lei afferma che, visti i vantaggi che ne trae la Germania, più che di Unione Europea bisognerebbe parlare di annessione. Ci può spiegare i motivi di questo giudizio?

Il giudizio è largamente condiviso oramai da un’ampia parte della letteratura scientifica internazionale, e si basa su un’evidenza facile da afferrare: se un Paese a valuta forte si unisce a un Paese a valuta debole, la loro valuta comune avrà un valore medio rispetto a quelle originarie. Ciò significa che ora la Germania ha un Euro che per lei è come una Lira mascherata, l’Italia ha lo stesso Euro, che per lei è un Marco mascherato. Quindi entrando nell’Euro la Germania è come se avesse fatto una svalutazione competitiva, la Lira è come se avesse apprezzato il suo cambio, danneggiando le sue esportazioni. È un gioco che non può durare a lungo, perché se di fatto la Germania svaluta entrando nell’Euro per aumentare le sue esportazioni (che infatti sono esplose), va in surplus che corrisponde al deficit di altri Paesi, i quali si indebitano per acquistare i prodotti del Paese forte. Alla lunga il sistema diventa insostenibile e crolla per tutti. Ora infatti anche la Germania non è in ottima salute economica e il suo atteggiamento sta innervosendo partner importanti come gli Stati Uniti e il Giappone.

Fin dall’unificazione le elite tedesche erano pienamente consapevoli che, imponendo un cambio troppo forte a un Paese vicino col quale si vuole creare un’unione economica, lo si distrugge economicamente e lo si “mette in vendita”. Nel caso della Germania Est l’unione monetaria venne fatta con il Marco uno a uno, quando prima ci volevano 4 marchi dell’Est per comprarne uno dell’Ovest. Così i prezzi dell’Est quadruplicarono, l’impatto sulla competitività fu devastante e i tedeschi dell’Ovest si presero le persone più qualificate e le risorse naturali più interessanti dell’Est. Con l’Euro è successa una cosa analoga: la mancanza di flessibilità del cambio ha consentito agli squilibri di accumularsi e ora l’Italia è in svendita dopo 10 anni un po’ come la Germania Est fu in svendita a 10 mesi dall’introduzione del Marco uno a uno. Un euro italiano per un euro tedesco è un’operazione altrettanto assurda di un marco dell’Est per un marco dell’Ovest di allora.

Il professor Alberto Bagnai, economista e autore del libro "Il tramonto dell'Euro"

L’Italia oggi è priva di sovranità monetaria. Il problema, lei spiega, risale non solo all’adozione dell’Euro, ma anche al divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia del ‘81. Ci parla delle conseguenze negative di questi due passaggi?

L’Euro si inserisce nel processo storico della globalizzazione, che significa soprattutto libertà dei movimenti di capitale. Se questi sono liberi gli investitori possono portare i loro denari laddove i rendimenti sono maggiori.  Quando i Paesi si uniscono con un cambio più o meno fisso, i capitali affluiscono verso il Paese che offre il tasso di interesse più alto. All’inizio degli anni ’80, con l’entrata nel Sistema monetario europeo (Sme) dell’Italia e di altri Paesi, nacque l’esigenza per diversi Paesi europei di adattarsi alle condizioni del mercato monetario dettate dalla Germania, che era quello più importante. Infatti quando questa alzava il tasso di interesse, se non lo avessero fatto anche loro, i capitali sarebbero tutti fuggiti verso di lei. I Paesi europei dall’entrata nello Sme e dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale degli anni ‘90, non potevano più determinare in modo autonomo il tasso di interesse. Il divorzio si situa in questo contesto: il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi decisero che il governo per finanziarsi si doveva rivolgere ai mercati, perché la Banca d’Italia non avrebbe provveduto alle necessità finanziarie del governo emettendo moneta.
Così il divorzio, assieme alla necessità di seguire i tassi di interesse tedeschi rialzati dopo l’unificazione, contribuì a mettere in grave crisi l’Italia.

Con l’Euro non siamo più in grado di sganciarci senza gravi traumi, come avvenne alla fine del ’92. Allora dopo la crisi ci sganciammo, la svalutazione permise alla nostra economia di ripartire e di alleviare il peso dei debiti esteri, accumulati in un contesto di cambio quasi fisso.

Nel libro lei insiste proprio sulla necessità di svalutare la moneta, che permetterebbe all’Italia di superare le sue difficoltà ma che non si può fare rimanendo nell’Euro. Perché svalutare ci aiuterebbe?

L’Euro è praticamente fatto per impedire alla Germania di rivalutare. Se ci fosse il Marco, per acquistare automobili tedesche dovremmo comprare marchi, e il loro prezzo salirebbe. Il Marco si rivaluta, la Lira si svaluta. Svalutare non vuol dire che siamo più cattivi, ma che ci piacciono di più i beni di quel Paese. Se il mercato valutario funziona, la valuta del Paese che fa un bene molto desiderato si apprezza: questo rende quel bene meno conveniente. Così chi vive lì gode dei benefici di una moneta più forte e dopo un po’ la situazione si riequilibra.

Il problema dell’Unione Europea è che vuole essere un’economia di mercato,  ma che impedisce con una ferocia da regime sovietico al più importante dei mercati, quello valutario, di funzionare. Se non c’è l’aggiustamento dato dalla compravendita delle valute nazionali e dall’allineamento del cambio, gli squilibri così creati si scaricano sul mercato del lavoro. Come? Con le austerità. Tagli la spesa pubblica, crei un po’ di disoccupazione, i lavoratori accettano di essere pagati di meno e il Paese diventa più competitivo. Che è quello che ha fatto il presidente Monti. Questo tipo di aggiustamento però è molto più doloroso per le popolazioni. Un sistema di cambi fissi come l’Euro è incompatibile con una democrazia a suffragio universale, perché determina costi sociali incompatibili con l’esercizio del diritto di voto dei cittadini, che dopo un po’ ne avranno le tasche piene. Non è un caso che l’Unione Europea sia retta da due organismi che non sono eletti democraticamente, la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea.

La copertina del numero 7 di Barricate

L’Europa sembra preda di ricette economiche che non fanno che peggiorare le cose. Lei critica sia i parametri di Maastricht che le politiche di austerità. Perché queste ricette non funzionano, e tuttavia vengono imposte come un male necessario?

La critica ai parametri di Maastricht è vecchia come i parametri di Maastricht. Già nel 1993, subito dopo che il trattato fu firmato, economisti autorevolissimi come Nouriel Rubini, Giancarlo Corsetti e Willem Buiter parlavano del non senso di questi parametri, sottolineandone le incongruenze. Se le politiche sbagliate continuano ad essere riproposte è perché queste sono sbagliate rispetto agli obiettivi dichiarati, ma sono giuste rispetto a quelli non dichiarati. Se non puoi rivalutare il cambio, la flessibilità si recupera attraverso la flessibilità del salario: per diventare competitivo devi pagare meno i lavoratori. Questo puoi farlo solo se c’è una disoccupazione importante, perché solo così il lavoratore accetterà dei contratti più precari, retribuzioni meno elevate, ecc. L’austerità, quindi, serve a questo: a creare disoccupazione in modo che i salari si abbassino e il Paese ridiventi competitivo, e a ridurre i redditi in modo che le famiglie consumino di meno e il Paese importi di meno. Così si riequilibrano i rapporti con l’estero e l’austerità viene presentata dicendo che abbiamo una crisi di finanza pubblica. Ma nel maggio scorso il vicepresidente della Bce Vitor Constancio ha detto quel che gli economisti sanno da tempo, cioè che la crisi non è di finanza pubblica. I Paesi che sono andati gambe all’aria per primi (Spagna, Irlanda…) avevano i conti pubblici a posto, surplus di bilancio e debito pubblico sotto il 40% del Pil. Sono saltati perché famiglie e imprese – quindi il settore privato – avevano forti debiti con le banche private del Nord, che avevano prestato loro soldi per comprare beni del Nord. Queste politiche vengono giustificate con una narrazione della crisi falsa, e perseguono benissimo il riequilibrio dei conti esteri ma non l’obiettivo dichiarato, cioè l’equilibrio dei conti pubblici, perché questi si riaggiustano con la crescita e non con i tagli.

Qualcuno quindi trae vantaggio dal mantenere alta la disoccupazione, tenere bassi i salari e mettere in ginocchio i Paesi più deboli. Chi è il “regista” di questa Unione Europea?

L’Euro facilita meccanismi tipici del capitalismo globalizzato, che si basa sul contenimento dei salari. Ma se il potere di acquisto delle famiglie diminuisce, si crea il problema di come far acquistare i beni che vengono prodotti. Quando – agli inizi degli anni ’80 – i salari reali negli Usa e in Europa rallentano la loro crescita, assistiamo a un aumento del debito, prima pubblico e poi privato. Se la gente non ha soldi, per comprare deve indebitarsi.

A chi conviene questo gioco? Inizialmente ai capitalisti di qualsiasi forma e dimensione, specie a quelli che operano nei mercati finanziari, che guadagnano dall’erogazione del credito.
Alla fine ci perdono tutti, perché quando il gioco diventa insostenibile saltano anche le banche, con la differenza che se salta una famiglia nessuno si preoccupa, se salta una banca lo Stato mette le mani nelle tasche dei contribuenti e le ripiana i conti. Questo è successo ovunque nel mondo, ma più nell’Eurozona perché l’Euro favorisce l’integrazione finanziaria e permette allo spagnolo di indebitarsi più facilmente col tedesco di quando c’erano monete diverse, eliminando il rischio del cambio per il tedesco.
Il capitale nasce internazionale mentre il lavoro nasce locale. Se il lavoratore non accetta diminuzioni di stipendio, l’imprenditore delocalizza: a questo serve la libertà di movimento dei capitali. Da quando è cominciata, a partire dagli anni ‘80 in Inghilterra, il debito ha cominciato a salire.

Quest’Europa è un regime estremamente totalitario, che ha imposto una moneta che è un assurdo economico e che finirà, e regole altrettante assurde. Il modello italiano ha funzionato benissimo finché non è stato schiacciato da queste regole, e potrebbe continuare a funzionare se avesse maggiore autonomia decisionale in tanti settori. Da questi regolamenti qualcuno ci guadagna, evidentemente.

Il tramonto dell'Euro

Sicuramente uscire dall’Euro per l’Italia sarebbe un bene, da quanto ci dice. Se questo accadesse, dopo quali misure economiche bisognerebbe prendere per evitare problemi di altro tipo?

Per la diagnosi, tutti gli economisti sono d’accordo, a parte una sparuta minoranza che deve venire a compromessi con la propria coscienza per motivi politici e mentire su ciò che la letteratura internazionale dice da 60 anni, cioè che l’Europa è fatta di Paesi troppo diversi per potersi permettere una moneta unica.

Per la terapia, l’uscita dall’Euro non sarebbe così catastrofica come i media ce la propongono. Sicuramente nel medio termine sarebbe un bene, ma nel breve termine non sarebbe una passeggiata, perché l’uscita dell’Italia causerebbe la fine dell’Eurozona aprendo ad esiti imprevedibili, ma comunque gestibili.

Questo scenario non è politicamente proponibile; più proponibile è che si arrivi ad una segmentazione dell’Eurozona che parta da un’iniziativa dei Paesi più competitivi. I Paesi del sud sono come limoni cui è stato spremuto tutto il succo, quindi la Germania ora ha davanti a sé due strade: o tenta una vera e propria annessione, camuffando da Stati Uniti d’Europa un giochetto come quello che ha fatto con la Germania Est; oppure cerca di sganciarsi, perché se non dà un reale respiro ai mercati del sud che sono stati fino a un anno fa i suoi mercati più importanti, la sua economia rischia di andare in sofferenza.

Perché si arrivi ad una soluzione pacifica e condivisa occorre una consapevolezza dei problemi: questa in Italia non c’è perché i partiti evitano accuratamente il dibattito su questi temi. Lo ha fatto soprattutto il Pd, ma anche il Pdl.

Potendo decidere, dovremmo tornare alla Lira o lei propone un Euro di serie A per i Paesi più forti e uno di serie B per quelli più deboli?

Io penso ciò che pensano i migliori economisti mondiali, e cioè che l’Italia trarrebbe vantaggio dall’avere una propria valuta; in questo momento non ce l’ha e bisogna trovare un percorso razionale per tornarci.

Per me e altri economisti, come ad esempio Stiglitz, la Germania dovrebbe tornare al Marco. Questo darebbe un enorme respiro all’economia europea. Il secondo passaggio sarebbe quello di far uscire l’Italia, che ne trarrebbe sicuramente un beneficio. Potremmo però trovarci presto di fronte ad un evento traumatico, come una crisi del sistema bancario, per cui dovremmo decidere se ricapitalizzare le banche in euro rivolgendoci alla Troika, o in lire sganciandoci dall’Eurozona e riprendendoci la sovranità.

La sinistra italiana è stata complice del più distruttivo progetto della finanza liberista che la storia dell’umanità abbia sperimentato. Una sinistra così massicciamente dalla parte del capitale ora non può tollerare che qualcuno le dica che dovrebbe schierarsi dalla parte del lavoro.

Cosa bisognerebbe fare? Per prima cosa riprendere gli strumenti di politica economica, in particolare quella valutaria sganciandosi dall’Euro; poi quella monetaria riportando la Banca Centrale sotto il controllo politico. In terzo luogo recuperare lo strumento della politica fiscale, stracciando le regole assurde di Maastricht, che peraltro sono state stracciate dalla Germania e dalla Francia quando potevano farlo senza che gli altri Paesi membri potessero dire nulla. Ciò permetterebbe un riequilibrio della crescita dei Paesi, basandola non sulla ricerca affannosa della competitività e sul taglio dei salari per inseguire la domanda estera, ma sulla domanda interna da alimentare attraverso investimenti non in grandi ma in piccole opere, nell’istruzione, nel capitale umano italiano che rimane di eccellente qualità, nella ricerca. Questi investimenti vanno fatti dallo Stato, spendendo e abbandonando la retorica dell’austerità. Bisogna tornare a pensare in termini di sistema Paese, di interesse nazionale e di domanda interna, basta a questa falsa internazionalizzazione. Perciò il recupero dell’autonomia valutaria, monetaria e fiscale è assolutamente essenziale. In questo momento la vocazione deflazionistica della Germania si pone di traverso a qualsiasi tentativo degli altri Paesi di rilanciare la propria crescita.

Ceccon

In Italia, chi ha avuto (in termini politici) le maggiori responsabilità della consegna del Paese a questi potentati, e quindi della sua perdita di sovranità?

In Italia, come in Germania, i politici sono gli stessi da 20-30 anni: i vari Monti e Draghi giravano per il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia già agli inizi degli anni ’80, quando questa storia è iniziata. Un sistema nel quale gli aggiustamenti a shock esterni si scaricano sui lavoratori non è un sistema sano, quindi per me la principale responsabilità è dei partiti di sinistra, in particolare di quello che oggi chiamiamo Partito Democratico, perché attraverso un percorso tortuoso e assolutamente non democratico ha imposto a questo Paese un regime dove gli shock si scaricano sulle classi subalterne. Anche Berlusconi e il Pdl sono stati sempre acquiescenti alle imposizioni dell’Europa, ma un conto è se un progetto di globalizzazione finanziaria lo difende un capitalista, più o meno immorale e corrotto, un conto è se lo difende un partito che dovrebbe difendere i lavoratori. La maggiore responsabilità rimane quindi del Pd, anche perché, in questa fase storica in cui i nodi stanno venendo al pettine, continua compattamente a negare il problema e a soffocare il dibattito su questi temi. E lo fa prendendosi un’enorme responsabilità storica, perché quando dovremo affrontare l’esito finale della crisi, cioè lo sganciamento, saremo un Paese acefalo, privo di una testa che possa capire e comandare, specie per colpa della negazione del dibattito che tuttora il Pd persegue con una ostinazione che ha veramente dell’incredibile. Da tre anni faccio attività di ricerca e divulgazione rivolgendomi soprattutto alla sinistra, ma ho ottenuto solo l’interessamento della destra, che – se non altro opportunisticamente – ha capito che è arrivata l’ora di parlare di queste cose.

 

 

 

Confessioni di un sicario dell’economia

(Articolo pubblicato sul numero 8 – marzo/aprile 2014 di Barricate – L’informazione in movimento)

Il best-seller di John Perkins

John Perkins è un uomo che ha vissuto due vite: la prima, dal 1971 al 1981, trascorsa ai quattro angoli del mondo al servizio di multinazionali nella ricerca di risorse da sfruttare per incrementare i loro profitti; la seconda come attivista in prima linea per la creazione di un mondo migliore, più equo, più sostenibile. In una parola, più umano.

La “conversione” di John alla causa dei diritti umani e dell’ecologia ha prodotto il suo best-seller, “Confessioni di un sicario dell’economia”, pubblicato nel 2004 e tuttora considerato il suo capolavoro. La materia è stata ripresa anche nel successivo “La storia segreta dell’Impero americano” (2007).

Leggendo le sue pagine viene da rabbrividire pensando alle strategie messe in atto dal governo americano e dalle multinazionali per presentarsi come portatori di democrazia e sviluppo economico, quando sono sempre e solo le logiche del profitto a dettare le decisioni.

E fa gelare il sangue vedere come la legittima resistenza delle popolazioni indigene all’inquinamento e allo sfruttamento dei loro territori venga annientata con metodi subdoli, tra cui una pervasiva disinformazione da parte dei grandi media, per sfociare nei casi più ostinati nell’assassinio e nella guerra aperta.

La politica dell’”indebitare per governare”, la “corporatocrazia”, la “guerra in nome della democrazia” sono concetti che Perkins ha visto concretamente applicare nella sua carriera in ogni parte del mondo prima che diventassero tristemente familiari, per esperienza diretta, anche a noi europei.

John, ci spiega qual’era il suo compito come Economic Hit Man?

Ho fatto molte cose, ma la più comune era identificare Paesi con risorse che le multinazionali volevano, come il petrolio, e poi organizzare per quei Paesi un corposo prestito, attraverso la Banca Mondiale o una delle sue organizzazioni gemelle. I soldi però non andavano mai alla popolazione, perché finivano nelle mani delle nostre aziende, che lì realizzavano infrastrutture, centrali elettriche, zone industriali, autostrade. Cose di cui beneficiavano solo le nostre compagnie e un pugno di famiglie agiate di quei Paesi, che controllavano il commercio e l’industria locale, ma di cui non beneficiava la maggioranza degli abitanti. Questi non potevano permettersi di acquistare l’elettricità, non potevano lavorare nelle zone industriali perché non c’erano assunzioni, non avevano macchine da guidare sulle autostrade. Per cui queste persone non traevano nessun vantaggio, e in più vedevano il loro Paese soffrire a causa di un enorme debito da ripagare, che sottraeva risorse all’educazione, alla sanità o ad altri servizi sociali.

Alla fine il Paese colpito non era comunque in grado di sdebitarsi, per cui a quel punto noi tornavamo dicendo: “Visto che non siete in grado di pagare il debito, vendeteci a basso costo le vostre risorse, petrolio o altro, senza restrizioni ambientali o regolazioni sociali. Oppure permetteteci di costruire basi militari sul vostro suolo, o ancora vendete il vostro settore pubblico alle nostre multinazionali: le compagnie elettriche, gli acquedotti, la rete fognaria, le scuole…” in modo da privatizzare tutto. Così siamo riusciti a creare un impero globale, ma non si tratta di un impero americano, bensì di un impero di multinazionali. E nei pochi casi in cui fallivamo, entravano in scena gli “sciacalli”, i quali spodestavano o uccidevano quei presidenti e capi di Stato che si rifiutavano di stare al gioco.

La copertina del numero 8 di Barricate

Lei infatti afferma che, laddove i “sicari dell’economia” non riuscivano a convincere un capo di Stato a seguire la linea voluta dalle grandi aziende o da Washington, intervenivano gli “sciacalli” e poi la guerra aperta. Ci può fare qualche esempio, in base alle sue esperienze?

Due casi di cui parlo nel libro sono quelli di Jaime Roldos in Ecuador e di Omar Torrijos in Panama: non riuscimmo a corromperli o a convincerli e poco dopo furono entrambi assassinati.

Ma la stessa fine fecero Allende in Cile, Lumumba in Congo, Mossadegh in Iran, Arbenz in Guatemala e la lista potrebbe continuare a lungo. Di recente il presidente dell’Honduras Zelaya è stato spodestato da un golpe organizzato dalla Cia nel 2009. Per cui questo modello continua a ripetersi.

Nel caso in cui anche gli “sciacalli” falliscano, a quel punto intervengono i militari. Gli sciacalli non riuscirono ad uccidere Saddam Hussein, i sicari dell’economia non riuscirono a corromperlo, così fu inviato l’esercito. E la stessa cosa sta accadendo ora in Siria e in Afghanistan: quando altri mezzi falliscono, inviamo i militari.

Nel suo libro lei parla di un mondo dominato dalla “corporatocrazia”. Quali sono le caratteristiche di questo regime?

“Corporatocrazia” è una parola che ho utilizzato riferendomi ai vertici del mondo degli affari, del sistema bancario e del governo. In questo periodo portano avanti lo stesso copione. Si tratta sopratutto dei capi delle grandi multinazionali, ma questi spesso hanno anche ruoli importanti nel governo. Spesso presidenti e ministri dipendono dalle multinazionali per finanziare le loro campagne elettorali e questo li rende vulnerabili alle loro richieste: ad esempio il presidente ha di recente assunto il capo di una compagnia petrolifera per dirigere l’agenzia federale che controlla le compagnie petrolifere. È un classico esempio di porte girevoli: gente che passa da posizioni di rilievo nelle grandi aziende a posizioni di rilievo nel governo, per poi tornare nelle aziende. E lo vediamo anche nelle banche, a Wall Street, nell’esercito. È a questo intreccio che ho dato il nome “corporatocrazia”.

È interessante come questo sistema veda un coinvolgimento a tutto tondo da parte di governi, multinazionali, banche e media. Come possono i cittadini difendersi e avviare un processo di cambiamento in meglio?

Penso che il processo stia già avvenendo: in tutto il mondo la gente si sta rivoltando contro questo sistema. Lo stiamo vedendo in Italia, in Turchia, in America col movimento Occupy, ovunque.

Le persone stanno iniziando a capire che le multinazionali fanno gli interessi solo dell’infimo 1 per cento, anzi potremmo dire del 0,0001 per cento della popolazione. Cioè degli 85 individui che posseggono metà della ricchezza mondiale. Sono solo loro a trarre vantaggio da questo sistema e la gente ne ha abbastanza. Quello che possiamo e che dovremmo fare è comunicare tutto ciò e accendere la rivolta: le proteste nelle strade sono importanti, ed è anche importante riconoscere che il mercato può essere democratico se noi scegliamo di renderlo tale.

Ogni volta che si acquista qualcosa si esprime un voto: se ad esempio vogliamo che la Nike la smetta con le sue politiche di sfruttamento schiavistico in luoghi come l’Indonesia, occorre rifiutarsi di acquistare i loro prodotti e allo stesso tempo inviare loro una mail, dicendogli: “Mi piacciono i vostri prodotti, li comprerei volentieri ma lo farò solo quando avrete dato ai vostri lavoratori un salario adeguato”. Questo è molto importante, il messaggio arriva in modo diretto. Ho visto tante aziende e banche fallire perché non si sono comportate in modo corretto. La gente ha un tremendo potere sul mercato, deve solo imparare ad esercitarlo e lanciare il giusto messaggio.

John Perkins

Uno dei suoi libri più recenti è “La storia segreta dell’Impero americano”. Gli Stati Uniti posseggono tutte le caratteristiche di un impero?

Nel libro ho fatto una lista di tutti gli elementi tipici di un impero, e sfortunatamente gli Stati Uniti li posseggono tutti. Il dollaro è la moneta ufficiale di riferimento a livello mondiale, utilizzata per acquistare beni di ogni genere – specialmente petrolio – sui mercati internazionali. Questo è uno degli elementi più importanti. Poi gli Stati Uniti sono presenti militarmente in più di 137 Paesi, un numero impressionante. L’Inglese è la lingua più diffusa al mondo, specie nell’ambito degli affari.

Tuttavia si tratta sempre di un impero di multinazionali, perché sono queste a controllare gli Stati Uniti. Il presidente Obama non ha poi molto potere. I posti chiave del governo sono controllati dagli uomini che lo hanno fatto eleggere e finanziato la sua campagna elettorale. Il presidente sa che può perdere il posto in ogni momento in seguito a uno scandalo sessuale o a uno scandalo per droga. Non è neanche necessario che l’accusa sia fondata, basta una voce. Non serve ucciderlo, è sufficiente distruggere la sua reputazione. È successo con Clinton, che fu costretto alle dimissioni da uno scandalo sessuale. È ormai evidente quindi che ci ritroviamo governati da una corporatocrazia.

Lei ha scritto che una possibile soluzione per abbattere l’imperialismo americano sarebbe quello di rifiutare il dollaro come valuta standard sul mercato internazionale, per sostituirgli una valuta di riferimento più democratica. È ancora di questo avviso?

Si, penso che il dollaro abbia un ruolo fondamentale in questo sistema. Mi piace l’idea che si possano creare e utilizzare monete locali, complementari eccetera. Per prendere il posto del dollaro in ogni caso occorre una grande moneta. Quando un Paese prova a distaccarsi dal dollaro la situazione si fa molto pericolosa per i suoi leader. Gheddafi cercò di fare una cosa del genere, vendendo petrolio in cambio di oro. Così anche Saddam Hussein. L’Iran ha di recente parlato di creare una “Borsa del petrolio”, dove scambiarlo con oro o altre valute. Quando accadono cose come queste, gli Stati Uniti diventano molto nervosi. Questi sono stati fattori determinanti della caduta di Gheddafi e di Saddam, e delle minacce verso l’Iran. Quando qualcuno cerca di rimpiazzare il dollaro con altre valute e mezzi di scambio, in genere va incontro a un mare di guai.

Tuttavia l’idea di creare monete e sistemi alternativi è viva e la si sta realizzando in questi giorni in molti luoghi. Ci stiamo muovendo in questa direzione ed è necessario continuare così.

 

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